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Il paese dello zucchero

Intenta a leggere e a memorizzare di canne palustri e casoni per un improbabile progetto scolastico in cui mi sono lasciata coinvolgere, la mia  mente vaga tra ricordi e immagini di bambina nella campagna dei nonni.

I campi circondavano la casa, l’orto era uno spazio infinito di giochi e scoperte, sulla canna della bici il nonno mi portava, scomoda ma felice, lungo la stradicciola di terra, fiancheggiata dai filari di pioppi, a prendere il latte appena munto, dai vicini al di là del fosso; poi il pomeriggio nonno Nino andava a giocare a carte nel bar del paese, mentre  nonna Maria faceva la sarta e io, in mezzo a fili, stoffe e straccetti, sui gradini dell’entrata della cucina, tagliavo pazientemente tuniche e scialli per le mie bambole…Il nonno rientrava nel tardo pomeriggio, forse era già sera, con un “ricoperto” per me e uno per la nonna. Al buio e al fresco delle notti estive rincorrevo le lucciole; saltavo e alternavo i passi sui bassi paracarri della strada sotto il muro dell’argine. Ricordo nella campagna, lungo la strada che portava al paese dalla città, un casone con gli anni sempre più cadente, i rovi a ricoprirne le pareti in muratura, la pioggia a svelarne le travi del tetto di canne palustri ormai marce.

E ancora, l’odore acre della lavorazione delle barbabietole nell’aria di fine estate, le corse nel prato del campo sportivo dall’altra parte della strada, il filare di pini marittimi della via…

E’ talmente lontano tutto ciò che quasi non mi sembra vero che sia stato così, che ci sia stato un tempo in cui c’erano tutto questo, loro, c’ero io, in un’altra dimensione di vita, in un paese che ora riconosco sempre meno.  Un paese che solo una piccola casa colonica, in parte ampliata secondo la moda degli anni sessanta, casa ormai circondata da altre case, ma tenacemente conservata in possesso della famiglia, trattiene dall’indifferenza della memoria che trascorre.

E’ ora il legame con le mie radici, tra la mia infanzia e  quel paese sulle rive del Bacchiglione. Un luogo che, anche per me allora, fu “un luogo buono per vivere”.

Il tuo paese è il tuo paese: ci sei nato e te lo porti dietro se ti capita di andartene. E’ tuo perché ne hai assaporato i profumi e respirato l’aria  e sentito i rintocchi delle campane e il fischio della sirena e ti sei affacciato sulle acque del fiume una sera con la luna alta e le stelle sparse e hai seguito la processione del Voto la prima domenica di maggio con la sua pioggia di Ave Mria e qui hai incontrato gli occhi giusti e hai battezzato i figli e accompagnato la figlia all’altare e seppellito i tuoi vecchi.

Il tuo paese è il tuo paese, bello e buono e tonificante come il primo caffè della mattina. Antico e originale quanto basta. Quel poco che stiamo raccontando dice che è più interessante di quanto comunemente pensato. La prima cosa che ti colpisce è il suo sviluppo lineare, lungo le due sponde del fiume: a sinistra , il nucleo originario, definito dal profilo nobile della casa patrizia Foscarini Erizzo dalla covata di case basse, da oltre un secolo sovrastate dai murazzi e dagli argini rialzati; a destra la parte più moderna, dalla chiesa allo zuccherificio, praticamente contemporanei. Uno sviluppo parallelo e duale, un procedere asimmetrico e asincrono nel tempo. Non c’è un centro unico, il paese è spaccato in due come un melone, municipio e servizi civili di qua, chiesa e opere ecclesiastiche di là.  Spaccato in due da un fiume, comunità collegata da un ponte un tempo in legno, poi in pietra, poi in ferrro, ora in cemento armato”

da Emidio Pichelan, Pontelongo. Un luogo buono per vivere. Storia per parole e immagini di un paese sul Bacchiglione (1876-1976), Ediciclo Editore 2004

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