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Archive for the ‘fusa’ Category

Lei

Oggi lei era bellissima. L’immagine matura della splendente bellezza della giovinezza.

Non ho mai percepito in modo così profondo la sua bellezza, per nulla banale, per nulla comune…una bellezza elegante, con un guizzo di stravaganza e mistero negli occhi. Una bellezza che la malattia distrugge, ma che anche fa emergere con chiarezza, per contrasto, quando se ne va.

Lei è bella, è parte della mia origine. Chissà se un po’ della sua bellezza vive in me…

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Oggi mi festeggio così!

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 Penso che tu non capisca,

che tu non voglia capire.
Penso che tu non voglia veramente conoscermi.
Di me ti interessa altro.
Per me, a volte, “altro” non è soprattutto la conoscenza reciproca nell’intimità. E’ importante, ma non necessaria, se manca tutto il resto.
Per me vengono prima:
desiderio di sentire,
piacere di vedersi, di riconoscersi,
tenerezza e sorpresa reciproca,
condivisione…solo alcuni aspetti che mi tornano in mente, forse non i più fondanti, in una relazione…
non temere, anche solo di…amicizia.
Sei per me un buon esercizio di ascolto e di rispetto, anche se mi riesce poco in verità.
Ti osservo, cerco di non chiedere, capisco il tuo desiderio di essere accettato per quello che sei.
Piacerebbe anche a me essere accettata e ascoltata in qualche desiderio espresso, in qualche aspettativa non velata
(perché sì…io qualche bisogno ce l’ho, non sono del tutto “invulnerabile” e per una volta sono riuscita ad esprimere questi miei bisogni senza tanti giri di parola).
Penso anche però che, purtroppo, ciò che siamo non ci va bene. Forse a una certa età non ci si va più bene. Forse ci  vuole un sentimento speciale di cui non aver paura. Forse. Io non sono più capace di provarlo quel sentimento impronunciabile. Non so.
Tutte le tue citazioni classiche non riescono a mascherare la mancanza di curiosità dell’altro, una certa aridità, che mi rattrista.
Scusami, sono dura. Anche per me vale “prendere o lasciare” per quello che sono.
Non mi piacciono i sensi unici.
Ciò che vale per te, vale anche per me.

 

Gattogino passa, si struscia con il capo, sfiora con la coda i miei pensieri, lancia un’occhiata veloce alla sua pagina e mi si accuccia in grembo.

Questa è tranquilla incoscienza felina. Bravo gattogino, fai le fusa e non pensare, ché è meglio…o sono questi i tuoi pensieri di felicità?

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Il paese dello zucchero

Intenta a leggere e a memorizzare di canne palustri e casoni per un improbabile progetto scolastico in cui mi sono lasciata coinvolgere, la mia  mente vaga tra ricordi e immagini di bambina nella campagna dei nonni.

I campi circondavano la casa, l’orto era uno spazio infinito di giochi e scoperte, sulla canna della bici il nonno mi portava, scomoda ma felice, lungo la stradicciola di terra, fiancheggiata dai filari di pioppi, a prendere il latte appena munto, dai vicini al di là del fosso; poi il pomeriggio nonno Nino andava a giocare a carte nel bar del paese, mentre  nonna Maria faceva la sarta e io, in mezzo a fili, stoffe e straccetti, sui gradini dell’entrata della cucina, tagliavo pazientemente tuniche e scialli per le mie bambole…Il nonno rientrava nel tardo pomeriggio, forse era già sera, con un “ricoperto” per me e uno per la nonna. Al buio e al fresco delle notti estive rincorrevo le lucciole; saltavo e alternavo i passi sui bassi paracarri della strada sotto il muro dell’argine. Ricordo nella campagna, lungo la strada che portava al paese dalla città, un casone con gli anni sempre più cadente, i rovi a ricoprirne le pareti in muratura, la pioggia a svelarne le travi del tetto di canne palustri ormai marce.

E ancora, l’odore acre della lavorazione delle barbabietole nell’aria di fine estate, le corse nel prato del campo sportivo dall’altra parte della strada, il filare di pini marittimi della via…

E’ talmente lontano tutto ciò che quasi non mi sembra vero che sia stato così, che ci sia stato un tempo in cui c’erano tutto questo, loro, c’ero io, in un’altra dimensione di vita, in un paese che ora riconosco sempre meno.  Un paese che solo una piccola casa colonica, in parte ampliata secondo la moda degli anni sessanta, casa ormai circondata da altre case, ma tenacemente conservata in possesso della famiglia, trattiene dall’indifferenza della memoria che trascorre.

E’ ora il legame con le mie radici, tra la mia infanzia e  quel paese sulle rive del Bacchiglione. Un luogo che, anche per me allora, fu “un luogo buono per vivere”.

Il tuo paese è il tuo paese: ci sei nato e te lo porti dietro se ti capita di andartene. E’ tuo perché ne hai assaporato i profumi e respirato l’aria  e sentito i rintocchi delle campane e il fischio della sirena e ti sei affacciato sulle acque del fiume una sera con la luna alta e le stelle sparse e hai seguito la processione del Voto la prima domenica di maggio con la sua pioggia di Ave Mria e qui hai incontrato gli occhi giusti e hai battezzato i figli e accompagnato la figlia all’altare e seppellito i tuoi vecchi.

Il tuo paese è il tuo paese, bello e buono e tonificante come il primo caffè della mattina. Antico e originale quanto basta. Quel poco che stiamo raccontando dice che è più interessante di quanto comunemente pensato. La prima cosa che ti colpisce è il suo sviluppo lineare, lungo le due sponde del fiume: a sinistra , il nucleo originario, definito dal profilo nobile della casa patrizia Foscarini Erizzo dalla covata di case basse, da oltre un secolo sovrastate dai murazzi e dagli argini rialzati; a destra la parte più moderna, dalla chiesa allo zuccherificio, praticamente contemporanei. Uno sviluppo parallelo e duale, un procedere asimmetrico e asincrono nel tempo. Non c’è un centro unico, il paese è spaccato in due come un melone, municipio e servizi civili di qua, chiesa e opere ecclesiastiche di là.  Spaccato in due da un fiume, comunità collegata da un ponte un tempo in legno, poi in pietra, poi in ferrro, ora in cemento armato”

da Emidio Pichelan, Pontelongo. Un luogo buono per vivere. Storia per parole e immagini di un paese sul Bacchiglione (1876-1976), Ediciclo Editore 2004

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Energia mutabile

“Esserci, ma non appartenere”

Gattogino fa fatica a capire.

Lui talvolta c’è. Ma il tempo, almeno, di una breve carezza, appartiene a me.

L’amore vero, tu lo sai, è volere
la gioia di chi non ci appartiene
è questo uscire, traboccare

da se stessi come il sangue dalle vene
per un taglio, è l’irrinunciabile,
amore energia mutabile eterno bene.

Giuseppe Conte

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Un anno fa

Non c’era il sole, c’era la nebbia. Abbiamo camminato a lungo e poi, cercando il caldo in una libreria, da uno scaffale scegliendo a caso un libro, ho letto questi versi che aspettavano proprio me …e te…e te li ho regalati.

l’amore mio è buonissimo
infatti quando si ricorda
si sforza sempre di farmi delle domandine
per far vedere che si interessa a me
l’amore mio poverino è commovente

l’amore mio non lo sa come sono triste a stare sempre così
senza l’amore mio
l’amore mio l’amore mio quale amore mio?
l’amore mio non c’è
se no certo non mi lascerebbe qui così
mi direbbe almeno qualche parolina
di sicuro allora me lo sono sognata
che bello se l’amore mio c’era invece non c’è
all’amore mio si chiudono un po’ dal sonno gli occhi belli
infatti sono le tre meno un quarto
io sono una peste perché all’amore mio io rubo il sonno
l’amore mio quando era bambino
chissà che grenbiulini metteva
e se era un bambino buono o così così
l’amore mio quando era bambino
se sapevo dov’era me lo rubavo
l’amore mio capisce quasi tutto
per forza perché è molto intelligente
l’amore mio è uno dei più intelligenti del mondo

l’amore mio la prima volta che è un po’ distratto
me lo prendo e me lo porto via

l’amore mio chissà com’era quando era innamorato
e come andava e veniva
e come si emozionava
forse faceva delle vocine
di certo comunque volava
l’amore mio certe volte mi fa piangere così tanto
che non so più come fare
ma dopo quando è passata
appena penso all’amore mio mi viene subito da sorridere

l’amore mio l’amore mio l’amore mio non esiste
cioè esiste
ma non è come lo penso io è abbastanza diverso
non che sia peggiore ma comunque è un altro
solo che io me lo dimentico
e dopo quando me ne accorgo
ogni volta è una tragedia
….
Da “L’amore mio è buonissimo” di Vivian Lamarque

Ora, l’amore mio non esiste, non è mai esistito.

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Carezza

Della prof. al ragazzino, della figlia grande alla mamma, dell’amica all’amico da poco conosciuto. Sorprende e illumina gli occhi di chi non l’aspetta. Gesto intimo, a volte inopportuno, più spesso cibo per chi da tempo ne è digiuno.

Di più, non troppo, ne vorrei. E vorrei dare.

Un gatto che dorme il pomeriggio
nel larghissimo letto padronale
in un punto qualunque, però comodo,
che si sveglia in un’ora qualunque
perché qualcuno passa e lo carezza,
non si sveglia del tutto né si chiede
chi è che lo carezza, ma si sporge
dal sonno solo un po’
per stirarsi in arrendevole lunghezza
perché duri di più quella carezza.
Forse così potrebbe essere l’amore.

Patrizia Cavalli

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