“Se vieni, mangiamo un buon minestrone e le polpette…”
Così sono andata, nonostante la tosse e la voce che va e viene; come al solito l’ho trovato, lui, pigro come pochi, saldamente ancorato al televisore, ai televisori, a seguire tutti gli sport invernali possibili in questa mattina gelida di gennaio. Ma la casa è calda e piena di luce, se non fosse che si sente a tratti lo spiffero freddo di un’assenza, che dura ormai da quasi due mesi. Il minestrone è buono, le parole scambiate poche, ma queste non servono: per oggi siamo in compagnia. Per questa domenica non mangiamo soli.
Arrivare al Parco dei Tigli è per me, a volte, quasi una sorta di pellegrinaggio. Oggi che sull’argine lo sguardo spaziava su tutto quel bianco dei campi innevati, mi sono preparata ancora di più all’incontro, riposando la mente e il cuore. Pensavo di rientrare subito a casa dopo pranzo, invece mi sono sentita chiamare a proseguire per un’altra tappa. Infatti, anche se non avevo anticipato nulla, lei mi aspettava.
E’ pomeriggio di visite, il bar è affollato. Gli sguardi e il vociare si incrociano e, per un attimo, si confondono; di chi è lì provvisoriamente, per una visita più o meno veloce, ma poi tornerà a casa, e di chi ha superato la “soglia”, ma faticosamente sta cercando di rientrare. Ma rientrare dove? Oggi mi è sembrato di non sentire la differenza che ci separa: la normalità dalla stranezza, la lucidità dalla follia. Era una domenica pomeriggio e stavamo tutti godendoci un tempo diverso dal solito. Sono rientrata anch’io, con il sole del tramonto alle spalle a disegnare il contorno dei colli.
Dalla casa del padre, qualche mese fa, ho sottratto una sua lettura di gioventù…chissà se già immaginava:
“Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra stessa immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto delirii. Dunque è il nostro incerto equilibrio che pencola, e insuperbiamoci e insieme siamo umilissimi, che siamo soltanto uomini capaci delle opposte cose, uguali, nel corso delle generazioni, alla rosa dei venti.”Da Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Mondadori

chissà qual’è il limite tra normalità e follia. Una persona accudita entra ed esce, cammina sull’orlo, qualcuno la rialza se cade. Credo che l’amore che si stabilisce in questi casi non sia mai scontato, molto sofferente semmai, attento alle piccole gioie, forte e incomprensibile ai distratti. Hai ragione c’è una normalità nella stranezza border line e anche rispetto reciproco tra chi si sente diverso e chi non lo è, ma capisce.
Ciao Gattogino,
curioso il tuo nick, dolce e accogliente il tuo blog.
Sono approdata qui per caso, attirata dalla parola follia.
Il confine tra cio’ che è normale e cio’ che non lo è è sottile, sottile come l’animo di ognuno di noi.
Tornero’ tra le tue pagine x’ è un bel blog.
Un abbraccio stella